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letteraturaspontanea
31 luglio 2010

Quando gli occhi sono fissi negli occhi

per esempio quando abbassi il tono

e aumenta invece l’intensità,

 

quando ti senti leggera e ispirata,

 

quando finalmente lasci che ti succeda,

quello che in silenzio da tempo ti aspettava,

 

quando ti viene il coraggio

e all’improvviso ti esponi,

 

quando il giorno nuovo comincia,

magari questa volta stranamente

sul far della sera,

 

quando ti muovi in armonia

a modo tuo,

sì, perché tu no?,

e così poi anche gli altri

finiscono che danno il loro meglio,

 

quando con una frase o uno sguardo

crei tutta un’altra atmosfera,

 

quando poi si sta così bene assieme

che infatti non se ne vuole più

andare nessuno,

 

quando è chiaro che deve essere successo qualcosa,

anche se ancora non è affatto chiaro

cosa,

 

quando ti spogli piano piano,

uno straccio qua e uno straccio là,

( uno straccio per uno,

democraticamente?),

e alla fine anche la paura

dell’altro

non c’è più,

 

quando gli occhi sono fissi negli occhi

e passa finalmente anche un po’

di decente comunicazione.

Quando non puoi più mentire.

Quando ti riesce così bene

di dare piacere….

e di questo per prima ne godi…….

 

giulio bailetti                Incontri di letteratura spontanea


31 luglio 2010

“Poche idee ma confuse”

     A scuola a Roma tanti anni fa, solo il professore di filosofia ci dava del lei. Ci mettemmo un po’ ad abituarci. I primi tempi ci capitava di guardarci intorno, a cercare istintivamente la terza persona ( una donna?), alla quale lui si stesse riferendo. Faccio un esempio, per essere più chiaro. “Lei saprà certamente le principali differenze d’impostazione tra il mondo di Socrate e quello di Aristotele”, diceva bonario, si fa per dire, con la sua tranquilla voce chioccia. Allora lo studente interrogato si girava a guardare,  a chi mai il professore stesse parlando. Solo quando era sicuro, che non c’erano altri possibili interrogati nei paraggi, cominciava faticosamente ad articolare una qualche incerta risposta. Ma l’interrogazione era decisamente cominciata ormai molto male. Già non era chiara  la persona realmente interrogata, per non parlare poi del mondo di Socrate e di Aristolele. Di mondo del resto, ne eravamo convinti quasi tutti,  ce n’era uno solo e cioè ora il nostro. Dell’altro ieri, di ieri, di domani e di dopodomani, ancora non c’interessava niente. Le solite domande astruse! E poi a chi?

     .“Teste buche” avrebbe invece detto, anni prima in questi casi, la mia prima maestra delle elementari, l’indimenticabile signora Monti.  Anche questa era stata una bella frase molto espressiva. Lasciava immaginare una testa inadatta a ricevere e conservare, una testa bucata dalla quale fluivano irrimediabilmente fuori tutte le inutili e non richieste informazioni. Noi spesso non capivamo. Non c’entrava la volontà. Eravamo attenti, la guardavamo, ma proprio non capivamo.Lei allora a volte si disperava. “Teste buche” risuonava nella classe e questa era un’esclamazione magica. Quando lei la pronunciava e rappresentava quindi bene la realtà del momento, allora noi qualche buco lo chiudevamo anche: non fosse altro che per esorcizzare la paura di avere veramente una testa bucata. C’era anche chi per precauzione si metteva allora le mani alla testa. A volte un po’ di paura aiuta. Qualche cosa è infatti ancora oggi rimasta. 

     Un bel giorno comparve per la prima volta la frase del professore di filosofia, quella rimasta più famosa. L’interrogazione era al solito penosa. Non mi ricordo ora il nome del compagno interrogato, ma avrebbe potuto essere uno qualunque di noi, tranne rare eccezioni. Noi del resto capivamo già tutto, da come uno si alzava e andava alla lavagna, dai suoi movimenti e dalle sue espressioni. Certe sfumature ormai non ci sfuggivano.  Assegnavamo a volte noi il futuro voto, spesso esatto, dell’interrogato, anche prima che lui avesse aperto bocca. Da anni ci esercitavamo a questo splendido gioco, a volte perfino con le scommesse.

     Quella era la solita interrogazione chiaramente segnata dall’inizio. Il compagno farfugliava improbabili risposte, come da copione. Il professore lasciava fare.Voleva di sicuro usare l’interrogazione, per farci arrivare almeno qualche informazione. Ma era chiaro che in quel caso e dal quel compagno non ce ne sarebbe arrivata mai nessuna. Arrivò invece allora il suo colpo di genio. “Caliento, disse all’improvviso -Giampiero Caliento, ora il nome me lo sono ricordato- vede, lei ha poche idee, ma confuse”. In classe si fece silenzio. Eravamo già abbastanza avanti, per capire subito che lei era proprio Giampiero e non una terza persona ( un’altra donna?), che poi alla lavagna nemmeno c’era. Quella era una frase da ricordare. Rappresentava bene la realtà del momento. In fondo non ridicolizzava nessuno, piuttosto fotografava. Avrebbe potuto in seguito esserci veramente utile. Questo l’abbiamo capito subito tutti.

giulio bailetti

23.12.2008


14 luglio 2010

VITA DI QUARTIERE


     Il palazzo era enorme e c’è ancora, all’entrata quattro grosse colonne mussoliniane, che io a braccia aperte ne potevo stringere molto meno della metà. C’erano anche due negozi dentro all’atrio dell’entrata: una cartoleria e una sartoria-abbigliamento. La padrona di quest’ultima si chiamava Hannapel, credo: il primo nome nord-europeo che abbia mai sentito. E forse questo era già un segno del destino. I negozi oggi ci sono ancora. Però vendono ora tutt’altri articoli.

     Questo palazzo è stato a lungo il mio paese. Per me era come un fortino. La notte chiudevano la grande cancellata dell’ingresso, che finiva in alto con le lance. Non la chiudevano così, tanto per chiudere qualcosa. Il fatto è che c’erano altre due uscite, di cui una era un garage e l’altra non lo so più, ma c’era. Era già successo che ladri in fuga fossero entrati da una parte del casermone e usciti da un’altra, seminando così la polizia, lì per altro sempre un po’ svogliata. O diciamo anche un po’ meglio che lì, negli anni cinquanta, la polizia aveva proprio paura solo ad entrare.

     Dentro c’erano anche due cortili e tante scale, dalla A alla N. Ogni scala aveva  otto piani e ogni piano alcune porte di appartamenti. Ci vivevano e ci vivono ancora migliaia di persone. L’ho detto che era come un paese. Roma allora finiva lì. Dopo c’era solo la chiesa di Sant’Emerenziana. Mi pare di ricordare, ma mi posso sbagliare, che Emerenziana sia stata una coraggiosa ragazzina che difese la sua purezza, anche a costo di essere uccisa, solo per questa sottigliezza. Poi c’erano solo prati.

     Mia madre aveva molte paure e per questo anch’io avevo molte paure. Lei si fidava solo di certe persone ed io mi fidavo solo delle persone di cui lei si fidava. Per esempio lei si fidava della giunonica maestra Monti, a cui altrimenti non mi avrebbe mai affidato, della scuola elementare Ugo Bartolomei, su in cima alla salita. Il nome della scuola a fatica me lo sono ricordato, ma oggi non so più chi Ugo Bartolomei sia mai veramente stato. Peccato.*

     Questo invece è divertente e ve lo voglio raccontare. Non mi ricordo bene perché, ma un bel giorno mia madre decise di portare alla cara maestra un mazzo di violette. Le comprò e me le diede in mano ancora fresche, avvolte in carta di giornale. Naturalmente non lo capii il senso di portare fiori alla maestra. Eravamo spesso in ritardo e mamma  mi tirava per mano. La salita era lunga.  Io seguivo un passo in dietro, passivamente ancora mezzo addormentato. Quando c’era mia madre ritenevo per lo più superfluo svegliarmi completamente.

     A scuola lei contenta disse alla maestra, che io le avevo portato qualcosa e mi invitò a dargliela. Tutti guardavano me e lì improvvisamente mi svegliai. Ma era troppo tardi. Io le porsi quello che ancora avevo, cioè il cartoccio bagnato del giornale. Le violette non c’erano più. Me le ero perse e di sicuro avevano avuto già un’altra destinazione. Per fortuna non ne fecero un gran dramma. Ero in fondo sempre un bel bambino, anche se confuso e ormai più che sveglio.  

     Mia madre si fidava anche della vicina Parrocchia, ma lì un po’ si sbagliava. Forse i preti erano gentili con lei, che era donna, fedele e carina; con me però lo erano meno. Di bello c’era a maggio, mese per il resto dedicato alla Madonna, il giro d’Italia con le palline di vetro. Ogni giorno facevamo una tappa. Durava credo due settimane. I più grandi, diretti dal prete responsabile, scavavano nella terra la grande pista con le curve, i rettilinei e anche le montagne, fatte invece con la creta.

     Proprio le montagne non erano affatto facili, come poi quelle vere per i ciclisti. Anche perché il canale tracciato era stretto e c’erano le curve. Dovevi calcolare bene, cioè, la forza dell’impulso del dito e la direzione esatta del lancio. La pallina doveva assolutamente salire alta sulla prima curva, ma non troppo, senza uscire. Doveva poi affrontare bene la seconda e la terza e eventualmente la quarta e la quinta curva e rimanere dentro al canale, anche se traballando pericolosamente. Il problema era riuscire in qualche modo a raggiungere la cima della montagna. Altrimenti la pallina sarebbe ricaduta miseramente all’indietro, fino al punto di partenza, se non oltre, tra i ghigni degli altri. Raggiunta la vetta, la discesa poi veniva da sola ed era come un trionfo, anche con battito di mani a volte. Per un bambino non era proprio facile. Ma questo a mia madre non lo dissi.

     Così s’imparava anche un po’ di geografia. Che so?, Roma-Battipaglia per esempio. Tutto era come nella cartina geografica, che pendeva inerte alla parete della scuola. E noi invece qui in tanti interessatissimi  partecipavamo. C’erano tante palline colorate, rigorosamente tutte un po’ diverse nei fasci di colore, ma non nella grandezza. C’erano il gruppone multicolore, le fughe e i ritardatari. Era anche esteticamente per me tutto molto bello, come forse nel giro vero, che per altro non avevamo mai visto, perché allora non c’era la televisione. Quando toccava a te, eri emozionato, perché tutti ti guardavano e tutti avrebbero voluto vincere, questo l’avevamo già capito tutti. Era infatti anche una buona scuola per la vita. Erano pochi, non dico  quelli che facevano il tifo per te (al massimo un paio di veri amici, quando c’erano), ma quelli almeno neutrali. Lì era già completo stress da competizione. La mano che dava la schicchera, noi la chiamavamo così, spesso si vedeva pure ad occhio nudo, che un po’ tremava.

     Ogni corridore-pallina aveva diritto ogni volta a tre tiri. Chi, dopo ore che stavamo tutti accovacciati, arrivava con meno tiri al traguardo, indossava una vera maglia rosa e ci andava in giro fiero, riverito e rispettato davanti a tutti ( le ragazze però ancora non c’erano), almeno fino al giorno dopo. La classifica della tappa e quella generale, con i tiri di distacco tra i partecipanti e i ritirati progressivi, veniva poi affissa nel portico del cortile appena possibile. Lì si formavano allora i capannelli dei partecipanti e del pubblico per i commenti a caldo, come un primo rustico processo alla tappa. Di doping allora non se ne parlava.

     I ritirati erano ogni giorno un discreto numero. La cosa succedeva spesso così. La tappa era praticamente già finita. Si conosceva il nome del vincitore e della nuova maglia rosa eventualmente. I piazzamenti migliori erano già stati assegnati. Intorno già si discuteva accanitamente dei momenti salienti della tappa e degli sviluppi finali possibili del giro. E alcuni invece erano testardi ancora lì, davanti alla loro ostica montagna. La pallina non ne voleva proprio sapere di compiere, anche se in gran ritardo, il suo dovere di pallina: inerpicarsi tra le curve della montagna e raggiungere la sospirata cima. Usciva invece regolarmente dalla pista, una volta qua e una volta là, all’apparenza misteriosamente. Il prete custode dopo un po’ s’innervosiva, c’era forse anche da capirlo. E le dita del bambino si rattrappivano allora ancora di più e perdevano quindi in scioltezza. La qualità dei tiri s’incattiviva e perciò peggiorava. Ecco perché ogni giorno c’era un discreto numero di ritirati. Come del resto nella vita, come tutti ancora vediamo. Era la pressione complessiva della situazione o, a scelta, la prova definitiva dell’assenza di un vero angelo custode per tutti. E questo lì, non lo si poteva certo dire.

     Mi ricordo che una brutta volta andai indifeso con la mia prima palla nuova all’Oratorio. Avrei voluto semplicemente giocare a pallone con gli altri. La palla invece me la bucarono apposta e finì sul tetto della casetta del cortile. Io ero gentile con tutti, come mi avevano insegnato. Loro credevano invece che i bambini gentili non sapessero giocare. Erano abituati a ben altre convivenze. Ma questo lo capii molto più tardi. Allora certo ci rimasi male, tanto che dopo cinquant’anni ancora me lo ricordo. Però nelle partite vere, sul campo di piastrelle e le porte disegnate con la calce sui muri, ero bravo. Panetti mi chiamavano, che era allora il portiere della Roma, io che invece facevo solo Bailetti. Arrivavo dappertutto. Ero come di gomma, rimbalzavo. Poi un calcio per me irregolare sulla mano, su una mia uscita spericolata, pose fine alle mie prime prodezze da portiere. Ancora oggi la prima falange dell’anulare destro mi si piega bene, ma solo nell’altra direzione. Da allora passai a giocare per sicurezza un po’ più avanti. Peccato. Parare i colpi degli altri versa la mia tana, era stata forse la mia prima e più naturale posizione. Una migliore non l’ho ancora più trovata.


Incontro di letteratura spontanea presso l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di baviera    


giulio bailetti

    

       


14 luglio 2010

Ai margini di un incontro

   Era il primo pomeriggio di giovedì 8 aprile scorso. Me ne stavo a Roma con mio fratello Roberto ad uno dei pochi tavoli all’aperto del bar ristorante, Ciampini credo che si chiami. È un locale un po’ particolare, arrampicato a triangolo sulle rocce antiche, tra Trinità dei Monti e il Pincio, molto vicino all’Accademia di Francia. Eravamo capitati lì e lì stavamo; fuori, perché dentro ci era sembrato troppo pretenzioso e caro. Bevevamo qualcosa e la vista era allo stesso tempo familiare e meravigliosa.

   Siamo diversi, ma ci vogliamo bene. Mio fratello vive ancora a Roma ed io spero invece tra pochi anni di aver passato a Monaco almeno la metà della mia vita. La Germania forse no, ma Monaco è di sicuro diventata la mia“casa”. Credo che sia anche un po’ una questione di fiumi, ma certo c’è anche dell’altro. Io preferisco comunque di gran lunga l’Isar al Tevere, che è sporco. No, non vengo spesso a Roma, anche per via di certi miei ricordi. Ci mancavo infatti da tre anni. Ne avevamo quindi abbastanza di belle e brutte cose con mio fratello da raccontarci.

  

   I miei amici già lo sanno. Per scendere in Italia io ho bisogno di una lunga serie di favorevoli coincidenze concordanti. E allora le VHS, dove insegno, erano in vacanza; mio figlio Alain aveva le sue lezioni d’ingegneria; mia figlia Stella era a Barcellona dal suo ragazzo ( io ero quindi diventato del tutto superfluo ); la macchina presa in leasing funzionava ancora bene; c’erano le elezioni regionali e provinciali e ai votanti residenti all’estero avrebbero rimborsato 103 Eu e spicci, per il disturbo presosi. Inoltre un paio di VHS mi avevano anticipato sulla fiducia il pagamento di due corsi e  avrei potuto dare anche un passaggio in macchina a Roma a due amici, forse più disperati di me, uno insieme al figlio piccolo. L’ultima motivazione al viaggio poi ve la dico tra un momento. Abbiate pazienza. Ho seguito quindi il mio destino e tutte le favorevoli circostanze concordanti offertemisi.

   Ce ne stavamo lì, dicevo, a parlare, a sentire, spesso anche senza parlare, affacciati ad una bella finestra sul mondo, quando ecco che suona il mio telefonino. Lo so, non ci crederete di sicuro eppure è successo! Era Laura Garavini, che si scusava con me (?) per il giorno di ritardo, a causa del disastroso risultato elettorale. Mi chiedeva se ora, che lei aveva un paio di ore libere, io avessi tempo per fare la passeggiata precedentemente concordata. No, non sono stato molto lucido, lo confesso. Ho farfugliato risposte e proposte per lo più senza senso. Certo che volevo. Lei invece lucida ha scelto il posto più conveniente per tutti e due. Alla galleria Alberto Sordi a Piazza Colonna, certo. Sarei sceso subito, facendo attenzione a non inciampare, specie sulla lunga e ondeggiante scalinata. Ora la sapete l’ultima motivazione al viaggio. Ne vale sempre la pena, di seguire diligentemente il proprio destino, persino alla galleria Alberto Sordi! Con mio fratello comunque avevo già fatto un figurone..

  

   Non è che io tutti i giorni sia abituato a girare per Roma con una Onorevole, specialmente vivendo poi a Monaco. Anzi, diciamo tranquillamente che a me questa cosa non era ancora mai successa. Vi posso però parlare un po’ dell’effetto che mi ha fatto. Chissà perché (?), l’idea originale portante era che io, romano, anche se da decenni assente, l’avrei disinvoltamente guidata, lei forestiera, per i vicoli e le piazze di Roma. Beh, non è andata proprio così. Scordatevelo. Manco per sogno. Lei infatti le strade le conosceva già molto meglio di me e anche le scorciatoie. Io mi sono in pratica accodato.

   Mi ha fatto un certo effetto poter avere per una volta notizie di prima mano: per esempio che alla Camera c’è in fondo solo un grande gruppo di persone e che valgono anche qui quindi le normali regole della psicologia di gruppo. Si è semplicemente giudicati, per come ci si presenta e per come ci si comporta, nelle varie facili o critiche situazioni. Il prestigio come al solito si conquista o si perde tutto lì.È sempre lì la resa dei conti. Alla mia precisa domanda sul suo rapporto psicologico con Berlusconi, mi ha risposto che lui alla Camera non ci va. Ci manda piuttosto altri. Quando raramente ci deve per forza andare, è circondato fisicamente dai suoi e risulta di fatto inavvicinabile. Non c’è perciò nessun diretto rapporto psicologico. Certi rapporti probabilmente sono da evitare, perché potrebbero fare molto male.

  

   Arrivati a Piazza Navona, Laura Garavini mi ha anche indicato il palazzo del Senato. E qui è stato un po’ troppo. Non ho proprio potuto evitare un ”lo so”, forse anche leggermente secco. Ma per tutto il tempo abbiamo parlato e ascoltato uno alla volta, come oggi non si fa più troppo spesso, specie in Italia. Le ho raccontato della Roma di trent’anni fa, degli studenti, dei fascisti, delle bombe e di tante altre cose che mi salivano alla bocca.. Lei mi ha parlato del nuovo buio della Roma di oggi, senza studenti, con i fascisti al potere, senza più bisogno nemmeno di bombe e di tante altre cose che le scendevano più dal cervello.   

   Poi le s’è fatto improvvisamente tardi. Peccato, quando trovo una persona con cui mi piace parlare, poi si fa sempre presto tardi. Ha telefonato, guardato l’ora e siamo tornati indietro. A Sant’Eustacchio abbiamo fatto ancora in tempo a bere insieme  un caffé al tavolo. Ha pagato lei naturalmente, però quei soldi lì ce l’avrei avuti pure io. Non credete! Là mi ha anche telefonato mio fratello. Poveretto, alla galleria era andato un momento a comprarsi le sigarette e d’allora ce l’eravamo perso. Ci aveva aspettati con fiducia per tutto il tempo. Ora sarebbe rientrato a casa.

  

   Infine siamo tornati anche noi alla galleria, da dove eravamo partiti. Finita la sua, come dire (?), ricreazione forse, lei è andata di nuovo intrepida a lavorare.  Mentre scompariva tra la folla, ho pensato che ce ne vorrebbero ancora molte altre di donne così, oltre certo anche a tanti altri uomini. Io ero invece ancora in vacanze non pagate ed ho continuato più a ricordare.

 

giulio bailetti

 

28 maggio 2010     


      
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